News - I mosaici di Carolina Zanelli

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Dal 20 al 22 settembre 2012 saranno in mostra a Parigi i miei lavori.
Due volte all'annoi Madame Nathalie Bouillet trasforma il suo splendido appartamento in galleria d'arte, ospitando artisti francesi e stranieri. In particolare per l'occasione espongo i miei ultimi mosaici come la serie dei "frammenti" (macchie di colore da ricomporre in maniera personalizzata), alcuni dei miei classici labirinti e alcuni ritratti ispirati a miei disegni.

 

TESSERE NON TESSERE
Le schegge musive di Carolina Zanelli


La decisione è di quelle che sul terreno dell'espressione artistica si rivelano vincenti, e devo ammetterlo anch'io che, vedendo i primi tentativi di "schegge" nel laboratorio di Carolina Zanelli avevo annuito più per cortesia che per convinzione. Creare mosaici su una superficie per definizione irregolare come appunto vuole essere una scheggia, lavorare solo di miscele e gradazioni cromatiche, prescindere rigorosamente da qualsiasi suggestione non dirò figurativa ma nemmeno grafica, astratta, riporre la propria fiducia totale nella forza della forma, nella raffinatezza della tecnica musiva, nella lucentezza dello smalto è stata una sfida. Vinta. Perché evidentemente nella mente della Zanella già erano all'origine, in forma magari inconsapevole, i pannelli che ora sono esposti a Parigi, Boulevard Victor Hugo 88, le combinazioni di schegge che i visitatori possono ammirare nel loro comporsi e scomporsi sulle pareti. La concezione stessa della mostra consente molteplici discorsi, invita a imboccare sentieri interpretativi di grande suggestione e modernità. Ci addentreremo in qualcuno, lasciando al pubblico di scoprire altre vie, nuove, inedite. Intanto balza all'occhio l'accostamento di questa serie nuova, predominante nella mostra, con una coppia di piccoli ritratti racchiusi in cornici antiche, che già in se sono una indicazione. Giocati su materiali quasi monocromi come possono essere le varietà di mattone e pietra, i sue ritratti suggeriscono a chi visita il punto di partenza: la tecnica antica, la tradizione, padroneggiata con sicurezza ma innovata alla radice. I due ritratti, un fanciullo e un satiro, riconducono a motivi addirittura rinascimentali se non greco-romani, i materiali gestiti con una assoluta padronanza tecnica vogliono suggerire nella loro essenza minimale una verità insita nell'arte musiva: fare molto con il poco. Vengono in mente i capolavori in ciottoli di Pella o certi mosaici pavimentali pompeiani in cui devi ammettere che l'artista è tutto, la sua mano fa la differenza nella povertà della materia utilizzata. La tradizione, l'antico, dunque, ma a chi guarda attentamente già qui la Zanelli suggerisce raffinate novità. La tessera non è più tessera, cioè non è la forma tradizionale quadrata, "tessera" appunto, ma si frantuma in schegge irregolari, allungate, volutamente sottraendosi a uno dei dogmi dell'arte musiva che vuole si evitino i triangoli, le forme irregolari, in nome della perfezione del quadrato. Ecco, è partendo da qui che si legge la mostra, credo, perché le schegge che riempiono la parete centrale sono fatte con la stessa tecnica della tessera irregolare e allungata, saette, frammenti  che diventano la moderna riscrittura della perfezione che nel quadrato "tessera" aveva trovato il suo fondamento artistico. Oggi non sono più tempi per solide certezze e la realtà, nonostante la tecnica informatica insista a dividerla in quadratissimi pixel, in effetti si rifiuta di stare nelle nostre griglie, fossero pure quelle dell'arte. Lo spigolo regolare diventa angolo acuto, tagliente, capace di dilatarsi in una direzione, di sfuggire alle costrizioni, di insinuarsi, laddove la forma quadrata "stava", si lasciava "inquadrare", appunto. Con quanto di pericoloso e vitale vi sia in questo nuovo nucleo oblungo e irregolare, così sfuggente e tagliente, difficile da gestire eppure ricco di possibilità nuove. Ma questa constatazione diventa come un'eco, passa dal microcosmo della tessera reinventata al macrocosmo dell'oggetto rappresentato che perde la sua fisionomia, si arrende all'esplosione del tutto, alla frantumazione estrema cui la modernità ci sta abituando. Le cose restano solo nei loro frammenti irriconoscibili, non magma originario ma forme residue, rigido brandello. Come in un filmato le composizioni raccolte sui pannelli bianchi ci raccontano i momenti dell'esplosione, dalla fase in cui i contorni ancora combaciano, in cui la cosa ancora si recupera nella sua forma regolare, fino al momento in cui le forme libere ormai viaggiano nello spazio vuoto, candido, ritornate appunto forma pura. Ma la mostra non è pessimista, non c'è nichilismo nel discorso della Zanelli perché mentre si racconta il disintegrarsi del mondo già si suggerisce la chiave alchemica che lo ricompone. Il colore, la continuità cromatica che raccorda qualche frangia, che lega i bordi di qualche frammento, suggerisce una ricomposizione, una affinità che promette un futuro, sicchè non sai se la storia sia quella di una disintegrazione oppure quella di una aggregazione nuova. E salva le cose dall'annullamento anche la preziosità della superficie, perché non schizzano nello spazio schegge carbonizzate e scheletriche di una realtà morta, ma schizzano forme luminose, preziose, forme in cui la vibrazione delle tessere di smalto, l'iridescenza della miscela è essa stessa promessa di vita nuova. Viene in mente Montale, mi si permetta la citazione, il Montale di "Anguilla" una delle poesie più belle di questo poeta. Nel saettare vitale dell'animale verso "paradisi di fecondazione" ecco che ad un tratto dalle gore di acqua morta il poeta ci racconta incantato di questa "iride breve" che nuota come una promessa di luce e di futuro, un frammento che ricomporrà altrove il mondo che qui giù ormai non si riconosce più.
Proprio il Montale di "Anguilla" ci permette di legare in un discorso unitario la terza serie, appartenente a un diverso periodo della produzione dell'artista. L'anguilla sale dal mare "di capello in capello" verso la sorgente dell'Appennino perché solo là, nelle gore di acqua morta", appunto, paradossalmente può avvenire la fecondazione. E' un labirinto di acque, di fiumi e ruscelli che conduce là dove si deve essere per esistere. E' questo che, forse, cercano anche i labirinti della Zanelli, una serie di mosaici in cui la dicromia delle tessere (tradizionalmente quadrate, questa volta!) si sviluppa in intricate piante di labirinto. Una ricerca che parte da lontano, intima e individuale innanzitutto, sulla propria pelle verrebbe da dire, nella propria vita. "Cosa sarei stata se in una svolta della mia vita avessi usato una tessera diversa?", così si chiede l'artista in un momento di autoriflessione su se stessa e sul proprio lavoro.
Una scansione ben precisa, dunque, sembra emergere dal percorso di questa mostra, una sequenza che pensiamo di poter sintetizzare in tre termini: tradizione, ricerca, frammento. Per scoprire, forse, come fosse la tesi di un sillogismo o la sintesi di una triade ideale, che il senso del nostro passato, la possibilità di un futuro, ci sono. Che si può uscire dal labirinto e ridare vita alla tradizione, nell'arte e non solo. A patto di rinunciare alle comode razionalizzazioni delle forme precise, alla rassicuranti convenzioni che aiutano nell'arte come nella vita, alle visioni complessive e composte che tranquillizzano chi vive e chi guarda. Per aprirsi alla casualità creativa e feconda della scheggia, dell'irregolare, del frammento.

Paolo Venti

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Un mio amico ha scritto dei racconti sul mosaico e ha voluto che il libro fosse illustrato con i miei lavori.
Se vi va vi invito il giorno 6 settembre 2012 a toppo Palazzo Wassermann per la presentazione. Ci sarà anche una piccola mostra dei mei lavori al piano terra.

 
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