Steli - I mosaici di Carolina Zanelli

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Steli

Le mie creazioni

Le steli sono tracce in pietra, linee che cercano dei sensi o semplicemente che seguono un istinto. Tracciati e incisi su tavole di legno, i solchi sono riempiti di materiali diversi, volutamente naturali per recuperare una dimensione ancestrale, terrestre, primigenia. Ne risultano intrecci suggestivi, accenni di scrittura, forse scritture nuove. Come sempre alla ricerca di un senso, da scoprire e da costruire al tempo stesso.

INTRECCI DI LEGNO


Le “steli” di Carolina Zanelli sono un gioco, entusiasmante, profondo, ancestrale. Nascono con lo stesso gesto del graffiare, dell’incidere, che caratterizzava i primi segni, il "graf graf" del primitivo sulla caverna, lo stesso rumore onomatopeico da cui viene il verbo grapho, scrivere. Sono passati alcuni millenni, ora le tavole sono levigate, ora si incide con un fresa sul legno, ma ritroviamo lo stesso meraviglioso gesto "terrestre", elementare che coniuga vuoto e pieno, solco e riempimento, parete e colore, incisione e fango. Il gioco è disarmante nella sua semplicità, e al tempo stesso raffinatissimo. Cercare le soluzioni eleganti, le tracce equilibrate, le curve sinuose e precise che ancipano scritture, raccontano poemi, parlano di viaggi e direzioni precise. Sono mappe, al limite, itinerari per muoversi nel deserto, o mappe astrali per orientarsi nel cielo, forse sono abbozzi di scrittura, forse niente. Ma sono segno, cioè la cosa più umana che all'uomo sia dato di esperire. Segno, cioè la possibilità di indicare direzioni, emozioni, magari semplicemente una presenza, una traccia. In questo spazio di gioco, perchè di gioco si tratta, maledettamente sofisticato ma comunque gioco, ecco, in questo spazio si incontrano bisogni, urgenze comunicative ("Vai di là!" "Attento!") e istanze di eleganza, pulizia, grazia. Il segno è in questa interfaccia magica, fra il bisogno e l'inutile, miracolosamente sospeso e miracolosamente umano. Sono segni queste steli, che non vogliono dire nulla ma che aspirano a dire tutto, in quel magico alfabeto che è il mosaico. Paziente somma di altri segni, una pietra, un bottone, una murrina, come un'infilata mirabolante di un alfabeto magico, cosmico, così cosmico da essere quotidiano, nostro, leggibile. Vi si legge via via, come in una corona di rosario, la sequenza di emozioni, di colori, di dolori che dalla testa passa alle mani, alla martellina, al tagliolo, alla spatola. Solchi da riempire, un'operazione squisitamente feconda, generativa, fertile. Non fosse che è innanzitutto estetica. Una ricerca di bellezza, di coniugazione, di dialogo fra ferita e cura, taglio e riempimento, dolore e consolazione. Sembrerebbe un dialogo fra persone, fra innamorati, questo gioco di tagliere e riempire, un gioco serio di straordinaria potenza emotiva e passionale. Una tavola, un po' di pietre, una massa di ricordi, di amuleti, di parole da dire, un gioco da condurre sul filo delle emozioni come una partita a scacchi si condurrebbe sul filo dell'intelligenza.
Eppure "steli", ovvero manufatti destinati a una loro monumentalità, a stare eretti per sfidare il tempo, a parlare con la stesse voce sempre. epigrafi di azioni, amuleti contro la scomparsa delle cose. Totem, verrebbe da dire, per quella sorta di potenza religiosa che emana da queste linee, arcane, difficili nella loro semplicità, così magiche da restarne affascinati.

Paolo Venti

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